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LA CONSEGNA DELLE PAGELLE AI MIEI BAMBINI
Cari amici,
e’ sempre più vero per me che le circostanze sono positive.
Siamo in pizzeria per festeggiare le pagelle del primo trimestre dei miei bambini.
Già vi ho scritto a suo tempo chi sono, da dove vengono e le violenze subite: da quelle sessuali, a quelle fisiche, a quelle psicologiche.
Tutto e’ iniziato il febbraio 2008. Non vi dico in che condizioni sono arrivati: erano come le “scimmie” da una parte e dall’altro marcati dalla violenza. Dopo alcuni mesi erano passati da 0 a 1 nella pagella. Un piccolo segno che erano passati da “nessuno a qualcuno”.
Per me è stato un miracolo che ancora oggi mi stupisce, pensando alla mia vita in cui per passare da 0 a 1 ci sono voluti anni e anni e solo dopo l’abbraccio del Gius.
Perché il vero dramma della vita è passare dal sentirsi “nessuno” a sentirsi “qualcuno” cioè uno che vale.
E oggi chi ti aiuta in questo?
Personalmente vedo in Carròn e in chi lo segue questa possibilità.
Giugno 2008 - Giugno 2009: è passato un anno. Si consegnano le pagelle. Che sorpresa: tutti sono passati da uno a cinque con qualche 2, 3, 4. Qui il massimo voto è 5.
Lascio a voi immaginare la festa.
Pizzeria: la festa dell’autostima. Il papà (P. Aldo) e mamma Cristina festeggiati dai loro figli.
Noi volevamo festeggiare loro per l’accaduto e succede il contrario. Capisco e mi commuovo: è riaccaduto per loro quell’abbraccio di vent’anni fa in
via Martinengo, per me, quando il Gius mi accolse dicendomi, unico nella mia vita: (poi sarà P. Alberto) “ti porterò in vacanza con me”. Mi fece compagnia. Ed è tutto quello che vivo e faccio.
I miei bambini, vittime di tanto odio, guardateli come sono felici e orgogliosi……Ma perché si sentono carne della mia carne e di Cristina.
Loro si sentono appartenere e questo uomo, a questa donna, di cui non capiscono come possono essere i loro papà e mamma.
E’ il miracolo della virginità per cui un prete e una donna diventano il modo con cui Dio manifesta la sua Paternità e Maternità.
Amici sono contenti i miei bambini.Quanti bacini per la pagella.
Ma c’è una gioia ancora più grande. Una di queste bimbe, violentata dal “papà”, dopo un anno è passata da 0 a 1.
Per lei, una festa speciale.
Adesso sorride, cerca i miei bacini, mi guarda con una tenerezza di figlia. Quanto sofferto è una cosa lontana. Si, perché cerco di comunicare loro che loro non sono il frutto del passato, ma di una certezza che mi definisce: “Io sono Tu che mi fai”. Nelle casette di Betlemme non ci sono psicologi (non perché non siano utili…per carità….)ma è chiarissima questa certezza “Io son ora Tu che mi fai”. E qui sta il miracolo.
In fondo aveva ragione Pavese: “qualunque violenza nasce dalla mancanza di tenerezza”.
E con Luglio siamo al secondo quadrimestre.
Pregate perché questa certezza dell’Io sono Tu che mi fai cresca sempre di più.
Ciao P.Aldo
E’ tranquillo come l’acqua cristallina, è tenero come un uccello con la sua cucciolata nella sua nidata, è sagace come un bimbo
Dio mi ha messo nel mondo il giorno più bello dell’anno, 20 settembre, è per quello che nel mio cuore soltando c’é primavera
Cari amici: La vita è un miracolo continuo da queste parti.
Ancora una volta è Marziana la protagonista. E’ ormai alla fine e nella sua poca capacità di intendere e ancora meno di parlare, ha manifestato il desiderio che domenica 5 di luglio possiamo organizzare davanti alla chiesa con 40 dei suoi quadri dipinti in questi ultimi mesi, due dei quali fatti la settimana passata, una mostra per i nostri amici. Dio voglia che sia ancora viva, perché come mostra la foto che vi mando di questa mattina è ormai vicina al suo Gesù. Dio mio, quanto lo ama.
Questa mattina dandole la comunione (un pezzettino piccolo d’ostia) le ho chiesto «Marziana, come stai?» e lei «molto bene Padre».
Ho guardato le sue mani ormai pelle ed ossa, la bellezza delle unghie smaltate di colore uva, i capelli ben raccolti, tutto il suo corpo già uno scheletro, indicano la coscienza della sua femminilità, curata in tutti dettagli, pronta per incontrare Gesù. Anche le unghie dei piedi sono perfette e ben smaltate.
Amici «io sono Tu che mi fai». Ecco Marziana vive di questa certezza. Per lei quanto Carron ci ripete è la sua carne. Seguissimo noi Carron come lei lo segue.
Personalmente passo il giorno nella clinica, ripetendo a tutti quanto lui ci insegna, in particolare seguendo quanto dice nella scuola di comunità che un amico mi invia.
Amici, questo miracolo sarebbe impensabile senza questa libertà di seguire quanto Carron ci dice.
Chissà qualcuno sarà stanco di sentirsi dire da me queste cose, a me poco interessa, però la verità di questa mia insistenza è perchè tocco con mano, vedo i miracoli che questa figliolanza produce.
è se non crediamo al miracolo di chi fra i dolori del cancro sta morendo con il sorriso sulla bocca, non dovremmo credere più a nessuno.
Aggiungo le «frasi» che Marziana ha scritto dietro ogni quadro. Davvero sconvolgenti e commoventi.
Ciao P. Aldo.
Chirurgo di fama, una passione per la montagna, il calcio, i sigari e la buona tavola, marito, padre di quattro figli. In verità, molto più di quattro: centinaia, migliaia di persone lo considerano padre, perché da lui sono state ‘generate’, da lui hanno imparato a stare di fronte alla vita con lo sguardo teso a scoprirne il significato. Hanno imparato che il cristianesimo è la via alla felicità. Guardavano lui, come lui guardava don Giussani, l’uomo che l’aveva generato e che aveva segnato per sempre la sua esistenza. In questi giorni cade il decimo anniversario della morte di Enzo Piccinini, morto a 48 anni nel 1999 in un incidente stradale, a lungo tra i responsabili di Comunione e liberazione e uno dei figli prediletti del ‘Gius’. Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore oltre che suo amico personale, ne propone un ritratto penetrante e vivo nel libro Enzo, un’avventura di amicizia (Marietti 1820, pagine 136, euro 12,00). Una piccola-grande conferma di quanto Piccinini sia ancora vivo nella memoria di tanti è venuta dalla presenza delle quattromila persone che, pochi giorni fa, gremivano la cattedrale di Modena e la piazza antistante, in occasione della Messa di suffragio celebrata da don Julián Carrón.
A 10 anni dalla morte un libro di Bonicelli ripercorre l’umanità del chirurgo amico dei pazienti e testimone di fede.
All’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna arrivava gente da tutta l’Italia per affidarsi alle sue cure. Molti l’hanno conosciuto nei momenti più critici, quando la vita è appesa a un filo e il letto d’ospedale diventa l’ultima dimora. Lui non si arrendeva mai, rischiava dove gli altri si fermavano, si prendeva a cuore il malato e non lo mollava più, anche quando sotto il profilo chirurgico non c’era più nulla da fare. Ma se intravedeva una piccola possibilità di soluzione, la inseguiva con tenacia. La stessa posizione lo animava nella ricerca scientifica oncologica, in cui aveva battuto strade innovative. Era partito dall’ipotesi che un tumore già nei suoi primi stadi lasci tracce nelle cellule del sangue, e che individuando queste tracce sia possibile arrivare a una diagnosi precoce e quindi a cure più tempestive. Era convinto che, se un problema ha una soluzione, l’ipotesi che questa soluzione esista aiuta a trovarla. Se invece si parte dall’idea che sia impossibile fare qualcosa, la soluzione non si troverà mai.
Tutto ciò è molto più che un habitus professionale. Nasce da una irriducibile positività di fronte all’esistenza cresciuta parallelamente all’amicizia con don Giussani, conosciuto nel 1973 quando frequentava l’università e col quale era nato un rapporto filiale. Piccinini era stato letteralmente contagiato dalla febbre di vita che animava il fondatore di Cl, e coloro che lo incontravano ne erano a loro volta contagiati, si sentivano provocati e rilanciati. Proprio come accade da sempre nella dinamica del cristianesimo: quella del testimone che accende il cuore di quanti lo incontrano e alimenta la loro speranza. Tante le opere originate da quella febbre: la cooperativa ‘La Carovana’, da cui a Modena era nata una scuola libera gestita da genitori e insegnanti; il centro culturale ‘La collina della poesia’; progetti medico-scientifici sviluppati in collaborazione tra l’università di Bologna, nella quale lavorò dal 1980, e quelle di Harvard, Chicago, Parigi, Vienna e Madrid. Nel 2002 si è costituita una fondazione che porta il suo nome e opera in tre direzioni: la creazione di opere educative e formative, lo sviluppo di progetti di ricerca in chirurgia oncologica e biologia molecolare, e la raccolta di documenti e testimonianze sulla sua vita (www.fondazionepiccinini.org). Una vita segnata dalla consapevolezza che Cristo non è un devoto ricordo ma il motore che muove ogni istante dell’esistenza. «Per questo - diceva - ci si alza ogni mattina: per aiutare Cristo a salvare il mondo, con la forza che abbiamo, con la luce che possediamo, chiedendo a Cristo di darci più luce e più forza».
G. Paolucci
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 01 luglio 2009 pagina 28
«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile. Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo».
È la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell’ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l’avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo. Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l’avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale». Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto dalla sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre.
«Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell’io è “appartenenza”. L’appartenenza definisce ciò che sono; come l’essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro». Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito d’una appartenenza. In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”.
Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza. Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che ci è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità -, mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione”, perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».
Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un’altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l’atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: “L’uomo appartiene a se stesso”, che è la più grande menzogna, perché prima non c’era, perciò va contro l’evidenza più chiara.
“L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene ad altri uomini che lo determinano». Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un’epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un’epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il “gulag” di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell’umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere»
J. Carrón
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 01 luglio 2009 pagina 28
Amici, dov’è o morte il tuo pungiglione? Guardateci bene! Ogni sabato sera occupiamo una piccola
parte della pizzeria per fare festa e mangiare (quello che possono) con gli ammalati terminali che riescono stare senza ossigeno. La foto ci mostra la loro allegria è di questo sabato. Mancano alcuni del sabato anteriore perche sono morti questa settimana alcuni di quelli che vedete sabato prossimo non saranno più con noi a fare festa, perche raggi ungeranno Gesù. La gente entra, li riconosce e resta meravigliata, come me del resto.
La suora che vive nella clinica le 24 ore, suona l'arpa e loro cantano, come possono, ma cantano, Attilio quello magrissimo e piccolo come pure Giuseppe quello grande e grosso erano musicisti girovaghi, soli. Donne, ballo e altro. Quindi un cancro, metastasi. Arrivano qui moribondi. L'amore fa il miracolo si riprendono un pó
ed eccoli in pizzeria a cantare. Amici, ma sono terminali, sanno che hanno le ore contate. Eppure, guardateli. Vi ricordate Carron il venerdi sera degli esercizi quando parlò della positività delle circostanze? Ecco il mio ospedale cosi vive la scuola di comunità.
Coscienti di avere i giorni contati, che faremmo noi? Ci incontreremmo in pizzeria a mangiucchiare e cantare? 
E vedeste che allegria quando cantavano!! Anche la pizzeria è diventata un luogo per gustare gli ultimi giorni.
Insomma il problema è uno solo e i miei ammalati, tutti quanti lavorano nella clinica lo vivono: Io sono tu che mi fai! Ripettamolo ogni minuto e sono sicuro che anche per voi la morte non vi togliera il sorriso perche lui c'è e come che c'è.
Il dolore è un mistero, come la morte ma il Mistero si è fato carne e ogni sabato da noi va in pizzeria.
Ciao
P. Aldo
Sono solo le 5 di domenica mattina, ma nella piazza della Basilica a Loreto c’è uno strano fermento, l’attesa di qualcosa di grande che deve ancora avvenire: gente alle finestre, via vai di operatori in pettorina (Protezione Civile, Croce Rossa, servizio d’ordine...), pile di barelle pronte all’uso e un’atmosfera di festa. Finalmente l’evento irrompe che ancora non sono le 6 e l’attesa si scioglie in un applauso e nel suono delle campane: arrivano gli 80mila della lunga marcia notturna, la MacerataLoreto, e i primi a tagliare il traguardo sono decine di disabili in carrozzella. Entrano in piazza trainati ognuno da due amici con una grossa corda da montagna e raggiungono i primi posti sotto la facciata della Basilica.
Poco lontano, sul sagrato, in un enorme braciere il fuoco è già alto, pronto a ricevere le centinaia di migliaia di bigliettini con su scritte le intenzioni per la Madonna nera che i pellegrini tra pochi minuti porteranno a Loreto anche a nome di amici e parenti rimasti a casa: presto saranno inceneriti e così saliranno diretta- mente al cielo.
Ancora qualche minuto e dal fondo della piazza arriva la fiumana dei pellegrini: una piena tale che ci vuole più di un’ora prima che ci siano tutti. Hanno camminato, pregato e cantato per 28 chilometri, molti zoppicano, hanno vesciche ai piedi e occhi pesti, ma hanno il cuore contento. Ancora non è finita, si mettono in coda per entrare in basilica a salutare la nera Signora, per venerare la quale si sono messi in marcia da tutte le regioni d’Italia e anche dall’estero. Sono 31 anni che questo avviene, da quando nel 1978 un giovane prete marchigiano insegnante di religione, don Giancarlo Vecerrica, trascinò nell’avventura trecento studenti. Anche adesso che è vescovo di FabrianoMatelica, è alla testa del corteo di pellegrini, zucchetto episcopale sul capo e ai piedi gli scarponi da trekking. Accoglie dall’alto del sagrato tutti quei fratelli che si sono aggiunti, ogni anno più numerosi, e abbracciandoli con lo sguardo è sgomento lui stesso: «Non sono 80amila, sono ancora di più. Mai visti così tanti». Al punto che probabilmente la Macerata-Loreto in futuro dovrà trovarsi un altro luogo di partenza, visto che lo stadio di Macerata da tempo non li contiene più. Il fiato è poco (qualcuno, toccato il traguardo, cade a terra e viene portato in barella nei punti di pronto soccorso) ma per cantare lo si trova ancora, mentre grandi secchi passano di mano in mano tra la folla per raccogliere i foglietti da bruciare. «Benvenuti – allarga le braccia dal sagrato l’arcivescovo prelato di Loreto, Giovanni Tonucci –. Questa marcia notturna somiglia tanto alla vita». E non a caso termina nella Casa di Loreto, quella in cui Maria ricevette l’annuncio dell’Incarnazione: «Il suo sì è l’anticipo e il modello del nostro sì alla volontà di Dio. Auguro a tutti di vivere questo sì con uguale coraggio e costanza anche ora che il sole si è levato e la vita di ogni giorno aspetta la vostra testimonianza». Gli è accanto il vescovo di MacerataTolentino-Recanati-Cingoli-Treia, Claudio Giuliodori, anche lui in scarponi da trekking. Al cronista che scherza sui suoi trascorsi di calciatore ricorda che «San Paolo ci dice di essere sempre pronti come atleti allo stadio, non per ricevere una corona d’alloro ma qualcosa di molto più importante. Quanto a me, l’esercizio atletico aiuta, certo – scherza – e da quando sono venuto qui a fare il vescovo non mi sono perso una sola Macerata-Loreto».
A dare il fischio d’inizio sabato sera nello stadio di Macerata era stato l’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, che aveva celebrato la Messa. Ora qui, nell’alba di Loreto, conclude soddisfatto la partita, giocata «soprattutto per le tante persone che hanno perso il lavoro e per i terremotati d’Abruzzo». Sono passate le 7 quando infine entra in piazza, maestosa, portata a spalla dagli avieri, la grande Madonna nera. Da quest’anno per la prima volta chiude il corteo anziché aprirlo: ultima tra gli ultimi.
Lucia Bellaspiga
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 16 giugno 2009 pagina 16
Ottantacinquemila persone, soprattutto giovani, in cammino per tutta la notte, pellegrini da Macerata verso la basilica di Loreto.
Giornalisticamente parlando, quella che si è consumata tra il tramonto di sabato e l’alba di domenica è una notizia. Anzi, una ‘ signora notizia’. Anche se la stragrande maggioranza dei media l’ha tranquillamente ignorata. Probabilmente perché non c’era niente di ‘sensazionalistico’, di pruriginoso o di politically correct da cui attingere.
Devozione, roba da beghine, poco moderna. A chi volete che interessino giovani che non fanno una manifestazione per protestare contro qualcosa o qualcuno, che sfilano in silenzio, cantano e pregano, per 28 chilometri? Ci vuol altro per finire sui giornali. E invece quei ragazzi, insieme alle migliaia di adulti di ogni età - comprese decine di ultraottantenni, che di pellegrinaggi a piedi ne hanno fatti tanti in gioventù - sono una realtà sulla quale non possiamo mettere il silenziatore. Una realtà totalmente immersa nella modernità, un fatto di cui dovrebbero tenere conto maitre- à- penser e sociologi che sentenziano sul sentire profondo di questo Paese. Sono un fatto che testimonia quanto la speranza sia viva tra la gente, e diventi qualcosa di contagioso. Non una speranza generica, buonista e ingenua, ma un modo di stare di fronte alle cose che nasce dalla fede cristiana vissuta come esperienza, come carne che innerva la vita, come sangue che scorre nelle vene. E diventa fattore di costruzione e di ricostruzione. L’ha testimoniato in questi mesi la gente dell’Aquila alle prese con le ferite del terremoto, e al Pellegrinaggio Macerata-Loreto se ne sono fatti eco l’arcivescovo Molinari e uno dei tanti padri di famiglia che in pochi secondi hanno perso tutto.
L’hanno testimoniato altri che durante il cammino notturno hanno raccontato la loro odissea: un ex tossicodipendente che ha trovato nell’abbraccio di una comunità di recupero un possibilità di riscatto, una mamma che poche settimane fa ha perso il figlio quindicenne e che solo nella fede ha potuto dare significato a un fatto che fa tremare le vene ai polsi. E ancora, le migliaia di storie minime che sono emerse nei colloqui discreti fioriti nelle ore impiegate per arrivare alla Casa di Loreto, il luogo che racchiude i muri della dimora di Nazaret in cui è riecheggiato il ‘ sì’ di Maria che ha cambiato la storia.
L’altra notte ognuno degli 85mila pellegrini ha pronunciato il suo piccologrande ‘ sì’: sì alla presenza viva e operante di Cristo nella sua vita, sì a un compagno di scuola o a un collega di lavoro che l’aveva invitato alla MacerataLoreto, sì alla curiosità di vedere da vicino quel popolo sui generis che percorre le strade della campagna marchigiana, allargando la ragione a qualcosa che la compie e insieme la trascende.
È stata una notte resa ricca dalla povertà di chi ha partecipato, ognuno portando il proprio limite e la domanda di felicità, in cerca di qualcosa e di qualcuno che ad essa risponda. «L’unica gioia al mondo è cominciare - scrive Pavese -. È bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Ma per poter ricominciare, per poter sperare, non serve un discorso giusto, una filosofia convincente. Ci vogliono ragioni forti. Ci vuole gente che affronta la fatica del presente perché certa di un significato e di una meta. C’è bisogno - ne hanno bisogno i cattolici quanto il Paese tutto - di ritrovare il cristianesimo come avvenimento, annuncio coraggioso e testimonianza semplice del Dio che agisce nella storia cambiano la mia vita, la tua. L’altra notte è stata un’esperienza così per ottantacinquemila persone, che sono tornate a scuola, al lavoro, alle sfide della vita quotidiana, più certi di quello che scrive Péguy: « Egli è qui, come il primo giorno » .
G. Paolucci
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 16 giugno 2009 pagina 2
«Dite ai giovani di avere tanto coraggio nel guardare al futuro, perché il Signore cammina con loro», aveva detto mercoledì Benedetto XVI in piazza San Pietro, accendendo la fiaccola della pace. La stessa fiaccola che ieri sera, dopo aver percorso il martoriato Abruzzo, ha fatto il suo ingresso tra le mani del tedoforo in un festante stadio Helvia Recina di Macerata, tra gli applausi degli 80mila pellegrini giunti da tutta Italia e dall’estero proprio per mettersi in cammino.
Da molte ore preghiere e canti si alternavano, mentre i pullman riversavano i partecipanti al 31° pellegrinaggio a piedi Macerata Loreto. Appuntamento alle 18 per ritrovarsi tutti assieme, poi ascoltare i testimoni e infine, alle 21, partecipare alla Messa celebrata dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, prima di partire per il lungo cammino notturno: l’arrivo stamani alle 6, dopo quasi trenta chilometri, al Santuario della Santa Casa di Loreto. «Dite ai giovani che il Signore cammina con loro», aveva detto il Papa. E qui giovani sono tutti, anche chi si appresta a marciare per la trentunesima volta e con sé ora porta i nipoti, come sottolinea nell’omelia lo stesso Sepe: «Il pellegrino è giovane dentro prescindendo dall’età anagrafica - dice - perché non si ferma, non si appaga, va alla ricerca di mete che portino per quanto possibile oltre l’umano e il normale». Così il popolo in cammino trova nelle sue parole il senso pieno di ciò che si appresta a fare: «Siete voi, cari giovani, i più autentici protagonisti, per il vostro entusiasmo, per la voglia di scoprire il nuovo, per la caparbietà con la quale sapete raggiungere obiettivi e traguardi». Lo sguardo non può ora non rivolgersi commosso alla «curva» dei tanti pellegrini giunti dalle tendopoli dei terremotati d’Abruzzo: sono loro, quest’anno, a rivestire il ruolo di ospiti d’onore, veri protagonisti della Macerata-Loreto, perché «la fede non crolla ». Struggenti prima della Messa le voci dei loro cori: «Luntane cchiù luntane de li luntane stelle, luce la luce cchiù belle...», avevano promesso a tutti, più lontano delle stelle lontane brilla la Luce più bella. E lo ricanteranno nella notte, mentre il fiume dei pellegrini in viaggio romperà per ore il buio delle tenebre con la luce di quarantamila candele. Particolarmente attesa era la parola dell’arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Molinari, che nemmeno stavolta ha lasciato solo il suo popolo e ha fatto il suo ingresso nello stadio accolto dal saluto di Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata-Tolentino Recanati-Cingoli-Treia, insieme ai vescovi della Conferenza episcopale marchigiana presieduti dall’arcivescovo di Fermo, Luigi Conti: «Vi siamo particolarmente vicini con la preghiera e con l’affetto - ha detto Giuliodori -. Ricordiamo con voi le vittime del terremoto e vi sosteniamo nell’impegnativa opera di ricostruzione ». A dare un senso anche alla tragedia, imperscrutabile allo sguardo umano, era stato poco prima un dirigente d’azienda abruzzese, Marco Gentile: «Le circostanze non sono un caso - aveva ammonito, citando le parole di don Julian Carròn, presidente di Comunione e liberazione -. Quando perdi tutto quello che hai, casa, soldi, salute, cari, lavoro, futuro, emerge prepotentemente una domanda di senso per te, cui tu - e te ne rendi conto benissimo - non puoi rispondere. E allora la risposta cominci a cercarla per davvero».
È ciò che hanno fatto anche in questa lunga notte gli 80mila «mendicanti», ovvero coloro che - ha sottolineato Sepe - hanno ancora la capacità «di non sentirsi mai arrivati, ma di rimanere cercatori di una patria lontana». Persone che non si fermano, perché coltivano la grande nostalgia della casa del Padre.
Nel 1978, quando per la prima volta Giancarlo Vecerrica, oggi vescovo di Fabriano-Matelica, ideò il pellegrinaggio di Cl, ad aderire furono in trecento. Il bene sa essere più contagioso del male e oggi sono cresciuti. Su tutti è giunta la benedizione del Papa, «spiritualmente presente» in cammino con loro.
L. Bellaspiga
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 14 giugno 2009 pagina 23
Trent’anni di Meeting stanno a significare che l’appuntamento riminese di Comunione e Liberazione è ormai « una parte importante del sistema Paese». È il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a definire così la tradizionale kermesse che, anno dopo anno, è sempre un evento, per le testimonianze che è capace di far portare sulla riviera romagnola. « La conoscenza è sempre un avvenimento », è questo il tema dell’edizione 2009 che si terrà a Rimini dal 23 al 29 agosto. «In un clima di preoccupante incertezza, e di sfiducia verso il futuro - dice Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting, presentando la nuova edizione - le persone che animano il raduno avvertono l’urgenza di riporre al centro del dibattito la dinamica attraverso cui l’uomo conosce il reale». Ma, certo, la conoscenza cui fa riferimento il Meeting e a cui tutti devono tendere non è soltanto quella della obiettiva verità, o presunta tale, della scienza. « Ci chiediamo - prosegue Guarnieri - se non sia piuttosto un incontro tra una energia umana e una presenza, e dunque sempre un avvenimento che accade in modalità e figure diverse tra loro e comporta costitutivamente un elemento irriducibile di alterità». È la filosofia del Meeting, da sempre: puntare sui testimoni, raccogliersi intorno a loro. «Senza la mediazione di testimoni non vi sarebbe sviluppo di conoscenza - conclude Guarnieri - e non vi sarebbero civiltà e cultura, non vi sarebbe storia». C’è anche la conoscenza economica che pure richiede un avvenimento, come è avvenuto con la grande crisi in atto. «Avevamo tutti i dati mondiali - dice Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere - ma quasi nessuno è riuscito a leggerli, quindi è stato necessario che qualcuno facesse scattare un qualcosa: cioè un avvenimento». «La conoscenza è anche - spiega il ministro degli Esteri Frattini - la base dei rapporti internazionali, ed è la premessa principale per ogni politica estera, e la conoscenza presuppone il dialogo e l’ascolto. L’Italia - aggiunge - si è sempre ispirata a questo metodo di confronto necessario per ogni costruzione di pace e di protezione dei diritti tra le persone ». Anche quest’anno la settimana riminese è ricca di incontri e di dibattiti, e sono tanti i testimoni. A partire dall’arcivescovo di Madrid, Antonio Maria Rouco Varela. Sarà presente Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione che in questa trentesima edizione, a conclusione dell’Anno Paolino, parlerà di avvenimento e ragione in San Paolo. Mondo della cultura rappresentato da numerosi scrittori e pensatori, conme Remi Braque, il filosofo francese autore del recente saggio Il Dio dei Cristiani. A rappresentare poi la conoscenza con mondi diversi, Fabrice Hadjadj, filosofo e intellettuale, di cultura ebraica, convertito al cristianesimo dopo una fase di nichilismo. Tra i politici presenti, il presidente del Senato, Renato Schifani che interverrà sui temi di politica europea.
La settimana riminese è anche il momento di grandi mostre. Su tutte spiccano Cose mai viste sulle intuizioni di Galileo Galilei e una sulle basiliche cristiane Da Costantino a San Paolo. Più che una mostra sull’architettura della basilica, la rassegna vuole cercare le origini dell’evoluzione del tempio nel corso dei secoli. Non mancheranno gli spettacoli. La serata inaugurale vedrà la rappresentazione di Miguel Manara del polacco Oscar Milosz. Atteso poi il concerto del maestro Ennio Moriconi che ama il Meeting ed è ricambiato. Seguiranno poi Enzo Jannacci, e il molto atteso spettacolo Da quella parte del mare per scoprire o riscoprire le canzoni di Claudio Chieffo che continua a stare nel cuore del Meeting. Il Meeting guarda anche in casa, alla tradizione popolare italiana, e Ambrogio Sparagna, certamente oggi il più importante ricercatore delle tradizioni musicali del nostro Paese, proporrà La santa allegrezza sui canti popolari religiosi.
G. Ruggiero
Tratto dal quotidiano "Avvenire" del 10 giugno 2009 pagina 13